Prigionieri di guerra italiani negli Stati Uniti

Nel corso della seconda guerra mondiale circa un milione e duecentomila soldati italiani furono fatti prigionieri. Seicentomila furono catturati dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943. Altri seicentomila furono fatti prigionieri dagli Alleati e di questi 51.000 furono inviati negli Stati Uniti. Arrivarono a partire dal dicembre del 1942 e gli ultimi rimpatriarono nel marzo del 1946. Erano stati catturati in gran parte in Africa settentrionale nella primavera del 1943, in particolare nelle ultime settimane della campagna di Tunisia, conclusasi con la resa italiana il 13 maggio.

Lo storico Flavio Giovanni Conti, che da anni studia l’esperienza di prigionia dei militari italiani, autore di numerosi saggi e libri, l’ultimo “Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania, 1944-1945: alleati sul fronte interno”, Fairleigh Dickinson University Press, ottobre 2016, parla di Prigionieri Privilegiati:

“Dopo un viaggio che durava circa tre settimane i prigionieri arrivavano a New York, a Boston, nel Massachusetts, o a Norfolk in Virginia. Sbarcati dalle navi venivano sottoposti ad una procedura che prevedeva il taglio dei capelli, la doccia, la disinfestazione dei vestiti e se necessario la consegna di nuovi, sui cui era stampata la scritta PW. Poi venivano interrogati, venivano controllate le generalità, prese le impronte digitali e venivano fotografati, con il numero di matricola in evidenza sulla fotografia.

Ricevevano anche cartoline della Croce Rossa da inviare alle famiglie. Infine, venivano caricati sui treni dove ricevevano i primi pasti caldi e abbondanti, diretti verso i vari campi. Per la maggior parte dei prigionieri l’arrivo in America fu un’esperienza indimenticabile. Le grandi città piene di auto, i grattacieli, i vagoni dei treni con i sedili di velluto, il servizio del personale di colore, il cibo, i campi di detenzione spesso costruiti ex novo e forniti di acqua calda e fredda, colpirono positivamente i militari italiani che provenivano da un paese economicamente molto arretrato rispetto agli Stati Uniti.

Per alcuni mesi i prigionieri italiani furono trattati alla stessa stregua di quelli tedeschi e giapponesi.  A partire da marzo 1944 le autorità militari americane offrirono ai prigionieri italiani la possibilità di cooperare nella guerra contro la Germania, in attività anche connesse con lo sforzo bellico americano, escluso il combattimento. Questa decisione, che tra l’altro contrastava con le norme della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra del 1929, non era stata concordata con il governo italiano e ciò causò incertezze nei prigionieri circa la decisione da prendere. 

In ogni caso la maggior parte di loro aderì alla cooperazione. I 36.000 cooperatori utilizzati, furono organizzati nelle Italian Service Units (ISU), le Unità Italiane di Servizio, e inviati nei campi dove maggiore era la richiesta di manodopera. I cooperatori vestivano divise americane, differenti solo per la scritta ITALY riportata sulla manica sinistra e sul berretto. Erano pagati 24 dollari al mese, di cui un terzo in contanti e il resto in buoni per lo spaccio. Nei fine settimana potevano ricevere ospiti nel campo o recarsi in visita presso parenti italo-americani nelle città vicine. Potevano fraternizzare con i militari e i civili americani. In cambio di qualche maggiore libertà i cooperatori fornirono agli Stati Uniti un lavoro molto importante, in un periodo di forte carenza di manodopera civile.

La loro relativa libertà provocò in alcuni periodi la reazione negativa di parte dell’opinione pubblica locale, la quale accusava le autorità militari di trattare troppo bene i prigionieri. Ciò causò la limitazione di alcune libertà, come quella di uscire da soli il sabato e la domenica, decisione che provocò grande disillusione nei cooperatori, mitigata solo dall’aumento delle visite nel campo da parte dei civili italo-americani.

I prigionieri italiani negli Stati Uniti furono quelli che ebbero la sorte migliore nell’intero panorama della prigionia dei soldati italiani nella seconda guerra mondiale. Ciò fu dovuto innanzi tutto al fatto che gli Stati Uniti erano il paese con il più alto standard di vita e, poiché, secondo le norme internazionali, dal punto di vista materiale, doveva trattare i prigionieri allo stesso modo dei propri soldati, il buon trattamento di questi ultimi aveva riflessi positivi anche sui prigionieri. Il vitto, l’alloggio, il vestiario, l’assistenza sanitaria erano sicuramente superiori a quelli che i prigionieri avevano nell’esercito italiano. Vi era poi un secondo motivo del tutto peculiare e cioè la presenza di alcuni milioni di italo-americani, i quali svolsero un ruolo decisivo nel rendere la vita dei prigionieri quanto più sopportabile possibile.

Da un lato essi cercarono di influenzare l’amministrazione americana in favore dei prigionieri e d’altro li assistettero direttamente, recandosi in visita nei campi, portando doni di ogni genere e ospitandoli nelle loro case quando quelli poterono uscire nei fine-settimana. Vi era infine, la presenza di una ricca chiesa cattolica che, attraverso la Delegazione Apostolica retta da Mons. Amleto Cicognani, le organizzazioni assistenziali dei vescovi, i cappellani militari, le parrocchie, forniva ai prigionieri assistenza spirituale e materiale, e inoltre faceva da tramite nello scambio della corrispondenza tra i prigionieri e le loro famiglie in Italia.

I prigionieri italiani negli Stati Uniti furono anche i più fortunati per quanto riguarda il rimpatrio. Tra l’autunno del 1945 e il marzo 1946, infatti, tornarono tutti a casa. Alcuni prigionieri degli inglesi, ad esempio, rimpatriarono nel marzo 1947”.