In principio era il Lager

La libertà interiore di Giovannino Guareschi

Ho sempre pensato che in un Paese davvero libero, ad esempio nella ricorrenza del Giorno della Memoria, si sarebbero dovuti leggere e far leggere, soprattutto nelle scuole, almeno alcune parti del Diario clandestino di Guareschi. Non solo, in corrispondenza delle festività natalizie, credo che si sarebbe dovuto far rappresentare nelle scuole italiane la Favola di Natale, che Giovannino pensò e realizzò alla fine del 1944, rinsaldando il presente drammatico che stava vivendo nei Lager con il passato (la presenza della nonnina) e il futuro (il figlio Albertino). In quei due anni di prigionia, dal 1943 al 1945, Guareschi non solo conservò la dignità umana che sempre lo contraddistinse ma edificò e sostenne con tante iniziative il morale dei compagni di prigionia, facendo emergere quella visione soprannaturale che, unita al suo congeniale umorismo, ebbe mirabile effetto per la salvezza della sua anima e delle altre povere anime con lui detenute, dischiudendo loro lo scrigno di quelle virtù teologali (fede, speranza e carità) essenziali per poter sopravvivere: “Nonostante tutto e tutti, io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno. Anzi, sono riuscito a ritrovare un prezioso amico: me stesso”. Nelle Istruzioni per l’uso del suo Diario clandestino (pubblicato nel dicembre del 1949), Guareschi annotava ancora: “Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire”. “Non abbiamo dimenticato di essere uomini civili”, annotava Guareschi; non dobbiamo dimenticarlo anche noi dell’AMPIL per i nostri cari; non dobbiamo dimenticarlo soprattutto nel momento presente, poiché egli ci insegna ancora, come i nostri cari genitori e nonni a Letterkenny, a guardare oltre il proprio egoismo, oltre il proprio falso benessere, oltre quelle illusorie sicurezze che recintano la nostra vita. Oggi che non conosciamo per lo più la fame, il freddo e tutte quelle ristrettezze materiali che emergono dal suo diario (e dalle testimonianze dei nostri cari), serva da monito il richiamo di Guareschi al deserto spirituale che stiamo vivendo: “Conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi: “Non muoio neanche se mi ammazzano!”. E non morii. Probabilmente non morii perché non mi ammazzarono: il fatto è che non morii”. La coscienza personale in Guareschi va a braccetto sempre con la memoria: “Io sono ancora il democratico d’allora. Senza più cimici e pidocchi e pulci…e sul nostro Lager non direi parola che non fosse approvata da quelli del Lager. Da quelli vivi e da quelli morti. Perché bisogna anche tener conto dei Morti, nella vera democrazia”. Basterebbero queste ultime frasi qui riportate per illustrare (se ce ne fosse ancora bisogno) la caratura etica e il valore civile e spirituale di Giovannino Guareschi. Attraverso i giornali parlati, le conferenze, le letture, le radio improvvisate, il teatro, le conversazioni e molte altre lodevoli iniziative, egli smascherò se stesso da ogni orpello estetizzante ed intellettualistico per manifestare il suo mondo, la sua libertà interiore e si adoperò affinché anche i compagni di prigionia potessero ricostruirsi in quanto uomini, in quanto uomini civili: “Ognuno si trovò improvvisamente nudo; tutto fu lasciato fuori dal reticolato…e ognuno si ritrovò soltanto con le cose che aveva dentro”.

Signora Germania

In “Ritorno alla base” Guareschi rievoca, a distanza di 14 anni, l’esperienza terribile della dura prigionia, condensata da un’espressione che accomuna il richiamo al Prologo di San Giovanni (“In principio era il Logos”) con il significato del dolore umano: “In principio era il Lager”. Egli volle compiere quel “viaggio di ritorno” nel 1957 con il figlio (qualcuno di noi AMPIL ha conosciuto a Roncole Verdi con Alan Perry il figlio di Guareschi) e lo fece ancora una volta per rinsaldare il drammatico ricordo con la speranza di un futuro migliore. Come ha giustamente osservato Giovanni Lugaresi, presente al convegno del 26 settembre 2020 a Padova: “Guareschi torna non soltanto nella zona dove fu fatto prigioniero, ma torna anche indietro nel tempo, alla ricerca di se stesso e insieme al figlio Alberto rifà, in automobile, il viaggio che 14 anni prima aveva compiuto in treno”. “In principio era il Lager”, puntualizzava il numero 6865, Giovannino Guareschi: “Dove tutto sembrava provvisorio, anche la vita stessa e gli uomini si aggrappavano ancora disperatamente ai loro affetti e alle loro consuetudini e ai loro pensieri che erano rimasti tutti al di là e non trovavano la forza di staccarsene”. Erano le “Osservazioni di un internato qualunque”, che riprendevano quelle di “un uomo qualunque” della rivista umoristica Bertoldo, in cui scrisse dal 1936 al 1943. Il Bertoldo cartaceo era stato soppiantato giocoforza dal Bertoldo umoristico e chiacchierato, dal Bertoldo in campo di concentramento, come aveva osservato finemente Giovanni Mosca sul primo numero del Candido del 1945: “Il Bertoldo era semplicemente Guareschi, il quale, seguito dal fido accompagnatore musicale Coppola, aumentava le copie di se stesso presentandosi ogni sera a una diversa baracca e si offriva in lettura agli internati”. Che cosa sperimentò Guareschi in quei due duri anni di prigionia? Non è facile rispondere a questa domanda, anche se sicuramente, com’egli annotò: “Le necessità del corpo e dello spirito costrinsero gli uomini a creare le cose essenziali del mondo loro improvvisamente precluso”, da quel deserto e dolore se ne poteva uscire solamente afferrandosi a qualcosa di più alto, di più nobile e anche, perché no, di più umoristico. Guareschi non perse mai il suo spirito umoristico, nemmeno in quelle condizioni disumane; egli continuava a “non prendersi troppo sul serio”, come osserverà in Italia provvisoria, il che significava rimanere ancorato all’umile realtà di chi si affida al giudizio di Dio piuttosto che a quello degli uomini. Egli ostinatamente, con quel “non muoio neanche se mi ammazzano”, non desisteva dal rimanere un uomo: un “uomo qualunque” come amava umilmente definirsi, senza infingimenti, senza espedienti letterari. Dalla conversazione “Baracca 18” nel Lager di Beniaminów, Guareschi inquadrava la faccenda spirituale dell’esistenza del Padreterno, delle Sue Leggi, della sopravvivenza dell’anima contro la violenta sopraffazione del corpo. Nasceva così una breve composizione, Signora Germania dove i reiterati “Signora Germania” all’inizio delle frasi con quei “tu” incalzanti e minacciosi (“Tu mi hai messo fra i reticolati, fai la guardia; tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio; tu non puoi trovare niente. Tu ti inquieti con me ma è inutile”) si contrapponevano alle esigenze naturali di un “io” prigioniero, privato della libertà materiale ma non di quella dello spirito, proiettavano Giovannino Guareschi in una dimensione alta e altra: “L’uomo è fatto così, signora Germania, di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno”.

Diario clandestino

Giovannino Guareschi continuò a lavorare anche durante la prigionia e scrisse un diario che, secondo le sue stesse parole, “era tanto clandestino da non essere neppure un diario”. Non era una prigionia esclusiva o riservata poiché, come abbiamo precedentemente detto, non solo egli scriveva e leggeva i contenuti del diario nelle baracche per alleviare le sofferenze ma per impedire che ciascuno, come lui, potesse morire prima che lo ammazzassero: “Di fronte ai miei compagni di Lager io rimango sempre il numero 6865, e perciò conto esclusivamente per uno. Là, in quella sabbia e in quella malinconia, ognuno si spogliò dei suoi panni e della sua crosta e rimase nudo”. Il 20 settembre 1943 Guareschi raccontò nel suo diario della visita alla Madonna nera di Czestochowa, non solo facendo un po’ di storia (ben documentata) del Santuario polacco, dalle origini fino all’epoca più recente, ma soprattutto penetrando nello spirito religioso e sacro del popolo polacco: “Si leva un canto dalla folla, e pare la voce stessa della Polonia: un dolore dignitoso di gente usa da secoli a essere schiacciata e risorgere. Di gente che viene uccisa sempre e non muore mai”. Iniziava così da questi primi appunti del diario un richiamo, che si farà via via sempre più forte, ad una conversione interiore che svilupperà intensamente in tante pagine di Diario clandestino, come ad esempio nella testimonianza scritta alla vigilia del Natale 1943 nel Lager di Beniaminów: “Io, ogni notte, approfitto del sonno degli altri e mi affido all’aria e trasvolo rapido gli sconfinati silenzi di terre straniere e città sconosciute. Tutto è buio e triste sotto di me, e io affannosamente vado cercando luce e serenità. Rivedo la Madonnina del Duomo, ma le strade e le piazze non sono più quelle di un tempo”. Non solo le strade e le piazze non erano più quelle di un tempo, ma anche lo stesso Giovannino, a mio modo di vedere, stava spiritualmente ed interiormente mutando, causa soprattutto la scuola del dolore che stava forzatamente provando ed il conseguente aggrapparsi alla vera luce del Santo Natale ed al volto sacro della Madonna: “Signora, bisogna che, almeno la notte di Natale, il mio pensiero, fuggendo dal recinto, possa trovare un angolo tiepido e luminoso in cui sostare. Voglio tanta luce: voglio rivedere il vostro volto, voglio rivedere il volto dell’antica serenità”. Sono frasi commoventi, semplici e profonde, che attestano la visione soprannaturale che lo stava coinvolgendo. Da una parte stava la “Signora Germania” che coartava la libertà del corpo e dall’altra stava la Vera Signora a cui volgere lo sguardo e a cui affidare le speranze di un’anima in pena; da una parte stava il feroce “Gott” di un’ideologia perversa che forsennatamente cercava di controllare tutto e dall’altra il dolce nome di Dio, com’egli ebbe modo di osservare ed annotare il 15 gennaio 1944: “Dovunque guardi, sullo sfondo scopri la torretta, vigile e onnipresente come l’occhio di Dio. Di quel Dio che – essi dicono – è con loro, e che è molto diverso dal nostro, e che ha un nome misterioso e grottesco: Gott”. Agli inizi del 1944, dalla Baracca 18, Guareschi rifletteva, attraverso metafore di ispirazione biblica, al punto da poter trasfigurare la medesima baracca di legno scuro in una piccola Arca di Noè navigante in mezzo a un Diluvio di malinconia. Con altri epiteti, tipo “naufraghi nel deserto” o “prigionieri dell’immenso cielo di piombo”, Guareschi intendeva sottolineare la presenza continua della Morte, anch’essa raffigurata come una barca passante attraverso i canali del Lager: “Pareva una barca che avanzasse in un angusto canale serpeggiante, aprendosi un solco nel ghiaccio. Passò ondeggiando la barca della Morte, e il ghiaccio crepitò ai miei piedi…la Morte passeggiò tra le baracche e si aggirò fra le baracche, e chi non dormiva udì passi sulla sabbia e musica lontana”. Il senso dell’incipiente Morte non era soltanto una testimonianza della dipartita di un compagno di prigionia, come nel caso, da lui raccontato, del capitano Cipriano Colombini morto il 9 febbraio del 1944, ma era lo sperimentare le drammatiche condizioni del Lager. Eppure, nonostante tutte le avversità, Guareschi rimaneva lo stesso umorista dal volto umano di sempre, capace di far sorridere sì ma anche, e soprattutto, di far pensare: “La cara, vecchia, simpatica Morte, che io chiamo oramai soltanto col suo nome di ragazza, tanto siamo in confidenza, favorisca però andarsene lontano, al più presto, perché qui non è luogo per signore”.

A noi è concesso soltanto di sognare

Nella Favola di Natale Giovannino Guareschi ricostruiva, attraverso il sogno e la fantasia, la possibilità di incontrare, in mezzo al bosco, gli affetti dei suoi cari. In quel Natale del 1944 malinconico e lontano egli proiettava il suo spirito fuori dal reticolato: era il sogno di chi desiderava evadere e incontrare la sua famiglia. Alberto era un bambino e Carlotta era nata quand’egli fu fatto prigioniero. Con tutte le operazioni che la fantasia poteva consentire, Guareschi colorava il suo triste reale Natale di prigionia con tutte le figure che ogni favola che si rispetti permetteva, ed ecco allora comparire una serie di animali, funghi e alberi parlanti, così come le rappresentazioni vivide del Bene (la Sacra Famiglia e i Magi) e del Male (ad esempio i corvi neri, espressione dell’ideologia nazista). Una favola di Natale realizzabile da uno spirito libero qual era quello di Giovannino Guareschi ed il veicolo immaginario e fantastico era quello del sogno, come egli lo aveva descritto in Diario clandestino nel 1944 a Sandsbostel: “A noi è concesso soltanto di sognare. Sognare è la necessità più urgente perché la nostra vita è al di là del reticolato, e oltre il reticolato ci può portare soltanto il sogno. Bisogna sognare: aggrapparsi alla realtà coi nostri sogni, per non dimenticare di essere vivi”. Il sogno consentiva di non dimenticare di essere vivi e Guareschi esortava se stesso e gli altri a sognare: “Bisogna sognare: e, nel sogno, ritroveremo valori che avevamo dimenticato, scopriremo valori ignorati, ravviseremo gli errori del nostro passato e la fisionomia del nostro avvenire”. Presente, passato e futuro: così espressi nel Diario clandestino e personificati rispettivamente da se stesso, dalla nonnina e da Albertino nella Favola di Natale. Guareschi ammaestrava sull’arte del sognare: “Sediamoci fuori dalla baracca: proiettiamo le visioni del nostro desiderio sullo schermo del cielo libero e sogniamo costruendo noi stessi la trama della vicenda immaginaria, soggettisti, registi, attori, operatori e spettatori del nostro sogno”. Quand’era nel Lager di Czestochowa, Guareschi tenne una conversazione dal titolo: “Umorismo razionato”, dove affermò che l’umorismo non era tanto un genere letterario ma un modo particolare d’intendere la vita, lontano quindi da definizioni troppo rigorosamente intellettualistiche. All’interno di queste considerazioni anticipava, dalla squallida baracca cui era costretto a sopravvivere, l’incontro che ebbe fantasticamente nel bosco della Favola di Natale con il figlio Albertino, rievocando quell’incontro che tanto avrebbe desiderato: “Il bambino dorme, immobile; ed ecco che dal corpo del bambino si sfila qualcosa di bianco e di evanescente. E’ un altro bambino, identico al primo: un bambino fatto d’aria e di pochissima luce…vidi a un tratto apparirmi nel raggio che filtrava da uno strappo nella carta della finestra un omino che pareva fatto di luna…Era lui che veniva in sogno a ritrovare suo padre, a ritrovare l’uomo che lo rese figlio”.

Le parole nascono ma non muoiono

Come abbiamo detto, la figlia Carlotta (scomparsa nel 2015 quasi in coincidenza con il viaggio dell’AMPIL negli Stati Uniti e ricordata da Alan Perry) nacque dopo che Giovannino fu fatto prigioniero, alla stregua degli altri 600.000 IMI (Internati Militari Italiani), nel settembre del 1943. Con l’ausilio del compagno di prigionia e di baracca Arturo Coppola, compositore e fisarmonicista, dedicò alla figlia una commovente e anche divertente canzone, dove raccontava di una certa signorina Carlotta nata mentre il suo papà era già in un lontano Lager: “Seduta sul balcone la Carlotta se ne sta e aspetta quel papà che visto mai non ha e palesando invero ragguardevole apprensione sospira masticando il biberon”. Guareschi pensava spesso alla sua famiglia lontana, ai suoi amatissimi figli ed a Beniaminów nel 1944 dedicò loro alcune frasi che lasciavano trasparire tutta la sua umanità e spiritualità: “Le parole nascono ma non muoiono. Non muore niente, a questo mondo. Le parole nascono e poi, essendo più leggere dell’aria, salgono in su e arrivano fino al punto in cui il cielo finisce e comincia l’eternità. E là ristanno. Come se si liberassero in una stanza cento palloncini: arrivati al soffitto si fermerebbero. Così le parole nel cielo. Lassù ci sono tutte le parole del mondo: dal grido minaccioso di Caino all’ultimo discorso di Farinacci…Verba volant. Le parole volano, non si volatilizzano”. E concludeva queste straordinarie riflessioni alludendo alla figlia: “Questo è importante, signorina Carlotta: perché se il buon Dio mi metterà le alucce sulle spalle prima che io ti veda, andrò a sedermi sulla stella che sta proprio sopra la tua casa e, mano a mano che saliranno verso il cielo le tue paroline corte corte come semibiscrome, io le coglierò al volo e le rinchiuderò tutte dentro un sacchetto di seta”. Il 5 gennaio 1945 Guareschi scriveva nel suo Diario clandestino un breve commento dal titolo eloquente: “Resurrezione delle parole”, in cui sprigionava tutti quei valori e principi a cui aveva sempre creduto: “Ogni parola si amplifica, diventa un capitolo: Patria, libertà, costume, coscienza, amore, onestà. Le parole diventano concetti”. Era l’universo guareschiano (maturato certamente con la dura esperienza del Lager) entro cui collocare l’intera sua vasta produzione letteraria, dove la ricerca della schietta verità andava di pari passo con la formazione della coscienza personale: “Strapparsi dalla massa, dal pensiero collettivo, come una pietra dall’acciottolato, ritrovare in se stessi l’individuo, la coscienza personale”.

C’era una volta…

In Diario clandestino e Ritorno alla base, Guareschi rievocava, come nella Favola di Natale, tutte quelle cose che aveva conosciuto nel passato e che avevano a che fare con il suo presente e con il  futuro: dall’ombra che lasciava trasparire i tempi in cui i bambini erano fatti di carne rosea e tiepida al sole che brillava nel cielo, dai pensieri che nascevano dalla gioia e dal dolore all’eternità dell’amore, della fede e della speranza; dalla chiesetta col campanile al fianco al grammofono della Voce del Padrone, dalla malinconica luna alle ragazze che aspettavano trepidanti il loro principe azzurro; dall’Angelo Custode alla moglie che doveva sempre seguire il marito. Con questi ricordi Giovannino si trovava finalmente libero, com’egli scrisse in modo memorabile il 29 novembre 1944, ripercorrendo il suo diario di dolore: “Un giorno camminavo su questa sabbia deserta, ed ero stanco e trascinavo faticosamente le mie ossa cariche di pesante nostalgia, quando a un tratto mi sentii miracolosamente leggero, e il cielo mi apparve insolitamente profondo come se la finestra si fosse improvvisamente spalancata…Mi volsi e vidi che ero uscito da me stesso, mi ero sfilato dal mio involucro di carne. Ero libero”. In principio era il Lager: ma non poteva finire tutto così miseramente ed infatti Giovannino, proiettandosi in un difficile avvenire, si poneva quegli interrogativi che lo rendono eternamente presente, straordinariamente attuale: “Ritroverò l’altro me stesso? Ritornerò laggiù oppresso sempre dal mio involucro di carne e di abitudini?”.

 

Fabio Trevisan


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