La laguna taceva

Con il romanzo: “La laguna taceva” (Armenio Editore), Graziella Lo Vano ha tracciato, come evidenziato nella prefazione di Giuseppina Paterniti, le vicende storiche legate a uno dei periodi meno noti del percorso di unificazione del nostro Paese agli inizi del ‘900. L’autrice, attraverso la testimonianza diretta di Mina, una delle figlie delle due famiglie coinvolte nelle vicissitudini del libro, ha ricostruito la storia dei due protagonisti essenziali del romanzo, il tenente Luigi Rizzo, proveniente dal Sud Italia e la giovane Giuseppina Marinaz, nativa del Nord. Nell’esergo del libro l’autrice ha rivelato la dedica dell’opera: “Ai Militi Ignoti e alle vittime dell’insensatezza delle guerre. Allo zio diciassettenne Salvatore Romano scomparso tra le acque del Piave”. Anche se i luoghi evocati sono quelli dell’Alto Adriatico ed il periodo considerato quello della prima guerra mondiale, il romanzo esprime emozioni, idee, considerazioni che possono travalicare quel periodo, innestandosi nelle speranze diuturne, nei valori sempiterni, nel sentimento patriottico che dovrebbero accomunare il popolo italiano a tutte le latitudini, dal Nord al Sud. Nelle storie di guerra di quel periodo si intrecciano così le storie degli affetti e dell’amicizia tra due famiglie, manifesto evidente dell’italianità tra il Nord e il Sud del nostro Paese, che pur nelle differenze di tradizioni, costumi, dialetti, conservano una propria caratteristica identità popolare. Il Bel Paese dei mille Comuni e delle innumerevoli chiesette disseminate su tutto il territorio è rappresentato dall’episodio del 1915, più volte ripreso dall’autrice, dello sventolio del tricolore sulla guglia del campanile di Grado da parte delle coraggiose donne (denominate mamole nel dialetto locale) che diverranno tra le protagoniste del romanzo.

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In quel lembo di terra adriatica tra Zara e Grado, tra Trieste e Pola, punto d’incontro di tre etnie europee, la slava, la latina, la germanica, avvengono i fatti ricordati nel romanzo, dalla dichiarazione di guerra del 28 giugno 1914, data dell’assassinio in Serbia dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo e sua consorte, alla disfatta di Caporetto, compendio di “quell’inutile strage” di cui conserva memoria il sacrario militare di Redipuglia. Di questo intenso periodo patriottico l’autrice non solo menziona le gesta eroiche dei più celebri, come ad esempio il Capitano Marittimo Nazario Sauro, nativo di Capodistria, ma anche di quei personaggi meno noti, come lo stesso tenente Luigi Rizzo da Milazzo, autentico protagonista del romanzo, il quale, attraverso le testuali parole dell’autrice, esprime le virtù e la mediterraneità italiana: “Sempre il mare e l’azzurro del cielo dentro di sé, come elementi naturali del suo essere, in un legame che partiva da lontano…Un’introspezione e un’attenzione degli eventi intorno a sé che lo inducono ad annotare, sintetizzare, e se il caso, decidere nella maniera più ponderata e ottimale”. Graziella Lo Vano segue il percorso esistenziale, professionale e militare di Luigi Rizzo, da quando partì in qualità di mozzo apprendista sull’imbarcazione Speme che da Genova faceva rotta verso il sud America, passando poi attraverso il riconoscimento del titolo di Capitano e l’assunzione da parte della Commissione Europea del Danubio in Romania, sino al trasferimento nel novembre del 1914 a Venezia come istruttore reclute e successivamente al comando dei MAS (Motobarca Anti Siluri) dove egli fu molto attivo con perlustrazioni nel Vallone della Muggia e offensive nell’Alto Adriatico contro gli austriaci. Anche la famiglia della sua futura moglie, i Marinaz, non è ricordata soltanto per il famoso episodio della bandiera issata arditamente sulla guglia del campanile, ma anche per quel senso patriottico più ampio, che si esprimeva nell’amore per l’arte, nei sentimenti teneri, pieni di riserbo e delicatezza, come si legge tra le pagine del romanzo: “Giuseppina era al piano. Suonava con trasporto, dimentica di tutto ciò che la circondava: la guerra, la lontananza dai suoi fratelli…il dolore per la perdita della mamma”. La cerimonia del matrimonio religioso tra Giuseppina Marinaz e Luigi Rizzo, nello scenario atroce e drammatico della guerra, può essere condensata in un episodio davanti al portone della basilica, in cui la sposa viene accompagnata all’altare dal vecchio claudicante padre: “La ragazza si strinse ad esso (il braccio del padre) felice, dimentica della tragedia che si stava abbattendo su loro, sulla patria, sul vecchio mondo che stava andando in frantumi”. Nel matrimonio tra l’apprezzato tenente siciliano con una delle più belle “mamole” del Nord sta, come sottolineato dall’autrice, l’essenzialità del sentimento patriottico che unisce il Paese e del volersi bene, caratteristico dei piccoli paesi dove tutti si rispettano come se fossero un’unica famiglia. Con lo scivolamento finale in acqua della cassa del corredo in dote alla sposa, l’autrice ha voluto riassumere, secondo il mio parere, lo spirito di fratellanza e solidarietà che albergava nei cuori e, soprattutto, di quella speranza che, nonostante le avversità, non viene mai meno, come si arguisce dalle parole dello sposo: “Se resterai vedova, avrai la mia pensione e la mia famiglia penserà a te. Vai subito in Sicilia appena saprai che sono morto”. La ricostruzione storica di Graziella Lo Vano non solo è impreziosita da alcune foto d’epoca all’interno del libro ma anche da considerazioni che, seppur non sviluppate diffusamente, meritano un’adeguata riflessione, come quella sul concetto di Europa Unita riguardo alla situazione di Sulina, cittadina rumena posta sul delta del Danubio che sfocia nel Mar Nero: “Vi coabitavano (a Sulina) con i romeni, una buona maggioranza di greci, russi, albanesi, italiani, francesi, inglesi, tartari finanche danesi, indiani ed egiziani”. Quello che emerge dal romanzo, a mio modo di vedere, nell’alternarsi tra episodi di guerra e tra situazioni domestiche e sentimentali, è l’affiorare di stili di vita e di virtù vissute nel quotidiano, improntate alla semplicità e alla schiettezza, conseguenti alla consapevolezza della responsabilità dinanzi agli eventi, spesso tragici. Responsabilità che assume ultimamente il significato di essere capaci di dare una risposta alla propria vocazione laicale e che non è qualcosa, come sottolinea l’autrice, che proviene dall’esterno ma che ciascuno custodisce interiormente, nel proprio cuore, nella coscienza personale, nel comando o nell’obbedienza.

Fabio Trevisan